Quando scrivo, penso ai miei figli.
È il mio modo di lasciargli in eredità qualcosa in più di quello che ho trovato io. Qualcosa che valga più di qualche soldo in banca.
Provo a insegnargli tre cose. La forza della gentilezza, che troppo spesso viene scambiata per debolezza. Il rispetto, che gli ho chiesto di mettere in pratica come la regola più importante di tutte — perché rispettare gli altri è il modo in cui impari a rispettare te stesso. E poi la terza, la più difficile: non perdere mai la bussola dell'autenticità.
Più facile a dirsi che a farsi.
Buona lettura, Vittorio
Come si perde la voce
La bussola si può perdere, e si perde quasi sempre allo stesso modo: un grado alla volta, senza accorgersene.
Guarda cosa succede a chiunque pubblichi qualcosa. Sui social c'è sempre spazio per il pollice in su, molto meno per tutto il resto. Si pubblicano successi, traguardi, momenti di grazia. Si costruisce una narrazione in cui va sempre tutto bene, perché il bene piace, il bene viene condiviso, il bene porta visibilità.
E la visibilità, col tempo, è diventata il fine. Il contenuto il mezzo.
Il meccanismo si autoalimenta: più cerchi visibilità, più adatti quello che dici a quello che funziona. Finché un giorno ti accorgi di aver perso la voce che avevi quando hai cominciato. È accaduto un grado alla volta, appunto, senza un momento preciso a cui puoi risalire, e ora la bussola indica un nord che non ti appartiene.
Chi si accorge di questa deriva, spesso, la scambia per maturità professionale. È una delle bugie che ci raccontiamo meglio.
Chi ti riconosce, chi ti guarda
Per questo, quando scrivo, la domanda che mi faccio è quanti mi riconoscono, molto prima di quanti mi leggono.
C'è una differenza enorme tra essere visti da molti ed essere capiti da chi sente che stai parlando proprio a lui. Io scelgo di stare lì.
Enzo Iacchetti, in un'intervista, ha detto una frase che vale la pena riprendere: io non sono solo un attore o un comico, io vivo nell'asfalto e sento cosa la gente dice dall'asfalto. Al di là della bellezza della frase, è una dichiarazione di posizione. Iacchetti ci sta dentro, la vive da vicino.
Ci sono marchi che parlano dall'asfalto — perché stanno nei luoghi dove accadono le cose, perché vendono, sbagliano, riprovano, ascoltano. E marchi che parlano dal trentesimo piano: comunicati impeccabili, valori scritti bene e una distanza che si sente al primo contatto.
La gente distingue, quasi mai razionalmente. Sente quando una marca ha le mani sporche di quello che dice e sente quando ne sta soltanto parlando.
Stare in strada è una scelta, personale prima che professionale. Che poi, quando si parla di brand umani, tra le due cose non passa alcuna differenza.
Brand Umani è un progetto editoriale di Vittorio Varavallo che lavora su un’idea chiave: i brand sono credibili quando ciò che promettono regge nei fatti, nelle relazioni e nei processi. Per questo parla di lavoro, scelte, coerenza, fiducia, responsabilità e cultura del fare, con uno sguardo che non idealizza le persone e non semplifica i contesti.
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Le pillole
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